VINICIO PRIZIA
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Vinicio Prizia è un giovane maestro, meglio un maestro giovane che ha assimilato la tormentata avventura del Novecento diviso tra figurazione del reale, come appare, e figurazione della stessa realtà trasformata dalla frantumazione, sulla sponda informale.
Di genio, ossia con l'intelligenza della penetrazione nei fatti e nelle idee, Prizia porta la figura all'intima solennità delle cose che sono e sempre saranno.

Può considerarsi un maestro di quell'astratto figurato che apre, nel mondo, la civiltà figurativa dopo le operazioni che hanno fatto crescere il secolo che finisce. E', perciò, un maestro pronto alle sorprese inventive, in forme e poesia, che senz'altro egli ci darà.
   Giuseppe Selvaggi

Vinicio Prizia, pittore, incisore e scultore variamente impegnato, ha compiuto la sua educazione artistica presso il Liceo e l'Accademia di Belle Arti di Roma, e ha frequentato gli studi di Jean Pierre Velly, che previde un'affermazione indiscutibile dei suoi valori, e lo studio di Gian Paolo Berto, che oggi mostra ai propri allievi d'Accademia le incisioni di Prizia quali esempi di geniale opere dell'arte di incidere.
Come pittore e come incisore, Prizia si è già affermato sul piano anche internazionale esponendo in rassegne mondiali collettive di artisti europei, a Berlino e a New York; in Grecia (Naupolio Galleria Pleiarts e The Earth is in danger di Atene e Istron Bay Hotel di Creta); a Melbourne (York Street Gallery) Tokio (Palazzo Shiseido) Pekino (Biennale Internazionale Cinese d'Arte). E' stato premiato tre volte alla Biennale Internazionale del Mediterraneo. Una sua scultura monumentale è stata esposta nei giardini della romana Piazza Vittorio.
Vinicio Prizia è nato a Roma il 20 dicembre 1961 e vive a Formello, dove opera e tiene corsi teorici e pratici sull'arte dell'incisione.
Jolena Baldini

L'antropocentrismo di VinicioPrizia

Stefania Severi
A fronte della produzione di Vinicio Prizia, constatatane la capacità tecnica e lo studio accurato dell'anatomia, viene subito da osservare con un occhio più attento le composizioni, alla ricerca di una risposta all'immediato quesito che esse suscitano. E' inevitabile, infatti, porsi un interrogativo a fronte, ad esempio, dell'immagine di un volto femminile, contornato da lunghi capelli, su un corpo costituito da due coppie di gambe, due grandi e due piccole, proprio come quelle di certi aracneidi cui tutta l'immagine allude. Perchè?
Ma prima di tentare di rispondere, sia pur brevemente, a questa interrogazione, voglio attirare l'attenzione proprio sulle scelte tecniche operate dall'artista. Sono acquerelli, acrilici, oli e acrilici con olio realizzati con grande maestria avvalendosi del processo delle velature di rinascimentale memoria, a ribadire l'importanza di una esecuzione "a regola d'arte" rara nel contemporaneo.
Del resto l'artista è anche raffinato incisore ed ha raggiunto alte capacità di lavorazione della lastra, che tratta con strumenti da lui stesso realizzati così da ottenere un segno preziosissimo.
 Ma questo ossequio alla tradizione si coniuga, in Prizia, con una ricerca originale e personalissima per chiarire la quale cerchiamo di rispolverare alcune conoscenze dall'antropologia alla metafisica, dal mito alla letteratura, dalle teorie della percezione ottica alla poetica del Concettuale. E' tipica della cultura occidentale di matrice greco-romana la visione antropocentrica dell'universo che trova convalida anche nella concezione giudaico-cristiana dell'uomo a immagine e somiglianza di Dio. Tipici di questa concezione che vede nell'uomo l'essere superiore, sono nati i miti ctonii dei Giganti e dei Centauri, vinti dagli "umani", dei ed uomini, che hanno saputo eliminare la loro componente animalesca. Ma i Greci, che in fatto di conoscenza dell'uomo la sapevano lunga, si sono conservati una divinità metà uomo e metà animale, Pan, come a dire che in tutti gli uomini sopravvive un po' dell'animale originario.
Parallelamente a questa visione, o meglio, connaturata ad essa, è andata definendosi la consapevolezza dei limiti umani, vista la fragilità propria dell'uomo i cui cuccioli sono i più esposti tra tutti i piccoli di animale.
A tali limiti si è cercato da sempre di ovviare con i miti, apparentemente diversi ma in realtà complementari, dell'eroe che supera prove che i "normali" non riuscirebbero a superare, e dell'essere antropo-zoomorfo che esplicita un umano "arricchito" delle qualità proprie di alcuni animali quali il leone (l'autorità), l'uccello (il volo), il bue (la forza e la pazienza), lo sciacallo (la capacità di trarre vita dalla morte), il serpente (la facoltà di rigenerarsi)...Ma l'antropo-zoomorfismo ha ben presto preso varie strade, quella dell'aneddoto educativo, quella dell'emblematica-araldica e quella del simbolo, come a dire da Esopo a Walt Disney, dall'aquila imperiale romana all'aquila bicipite austro-ungarica, dal leone stiloforo alla colomba della pace. Corollario a tale tematica sono alcune metamorfosi, da quella della mitica aracne a quella del kafkiano Gregor Samsa.
Il tema della contaminazione uomo animale ha assunto anche altre connotazioni dai serpenti sul capo di Medusa alle ali degli angeli, dalle corna dei diavoli alle orecchie d'asino di re Mida. Accanto alle contaminazioni antropo-zoomorfe ne sorsero altre esclusivamente antropomorfe quali Giano Bifronte, l'erma maschile-femminile,Kalì.
A queste brevissime annotazioni tratte da repertori letterari ed iconografici, vorrei aggiungere d'ultimo alcune più recenti contaminazioni, che per la loro "credibilità" fanno leva anche sulla percezione, quali quelle di Arcimboldo e dei suoi epigoni tra cui segnalo Filippo Balbi autore della "Testa anatomica" conservata nella Certosa di Trisulti (FR): un volto umano realizzato da tanti corpi variamente atteggiati (seconda metà dell'Ottocento).
Una costante lega tutte le precedenti esemplificazioni, il carattere simbolico di ogni contaminazione. Ma nel contemporaneo tale carattere simbolico è andato sparendo e l'essere, più o meno che umano, è divenuto espressione di se stesso.
L'eroe è divenuto Braccio di ferro, Cyborg e Terminator.
Sono gli spinaci, le protesi bio-ingegneristiche, le capacità mutanti che hanno reso l'uomo invincibile ed eterno.
Il desiderio di eternità che emerge da tutte le espressioni religiose e che assume le forme più varie, dalla reincarnazione alle anime sante, e che è sottesa ai rituali della imbalsamazione, del pasto sacro, della sepoltura in attesa della resurrezione dei morti, sembra trovare risposta nelle nuove frontiere della clonazione. Tali ricerche sembrano voler ovviare anche alle "mutazioni" tanto paventate, con-nesse con le catastrofi nucleari.
In tale apocalittico panorama si inseriscono i dipinti di Prizia che da quindici anni sta meditando sul tema della contaminazione di vari elementi del corpo, sempre arbitrariamente assemblati, talora riprodotti serialmente talora realizzati su scala differenziata. Certo a questa ricerca non è estranea la fotografia che, fissando immagini in successione, ha messo in evidenza non solo la dinamica dei corpi in movimento ma ha creato anche immagini estraniate. L'arte figurativa ha subito colto la peculiarità del mezzo fotografico e vi ha ampiamente attinto basti per tutti l'esempio del "Dinamismo di un cane al guinzaglio" di Giacomo Balla (Buffalo, Albright-Knox Art Gallery).
Ma la visione di Vinicio Prizia è ben lontana dalla mera registrazione del movimento che aveva affascinato Balla ed è invece molto più condizionata da quelle letterature che vanno da Mary Shelley a William Gibson per passare attraverso le cronache di Fliroshima e di Cernobyl. Il suo Giano non è colui che è in grado di guardare al presente ed al futuro ma è colui che "va" contemporaneamente in due direzioni diverse, così che la simbologia da positiva si volge in negativa.
Le metamorfosi dell'uomo in ragno o in millepiedi si fanno ancora più tragiche perché il lato umano non cede il posto a quello animale a tacitare le coscienze.
L'erma maschile-femminile, simbolo di unitarietà e complementarità, cede il passo ad un essere in cui le varie parti del corpo sono maschili e/o femminili così da costituire un essere altro, frutto di una mutazione profonda.
Una componente peculiare della ricerca di Prizia è costituita dalla proporzione antinaturalistica. La proporzione in passato è stata alterata in senso gerarchico/simbolico come documenta la maggiore altezza del Faraone rispetto ai suoi sudditi e la maggiore altezza della Vergine della Misericordia che raccoglie i fedeli sotto il suo mantello. Genericamente, invece, è sempre stata rispettata una sorta di proporzione relativa all'interno della stessa figura anche se con forzature che inglobano le filiformi Sante di Cividale del Friuli e la Barbie, i grassocci Bibì e Bibò e certe raffigurazioni di Buddha. In Prizia, invece, l'abbinamento di parti del corpo con proporzioni diversificate porta a figure altre. Alcune di queste figure sono vicine, nello spirito, agli arcimboldeschi, come avviene nella serie di dipinti che hanno per dato primario la mano-corpo; altre assumono il carattere di nuove entità proteiformi. E' evidente in Prizia il far leva sulle peculiarità della percezione umana, già ampiamente analizzate dalla Gestaltpsychologie, che tende al riconoscimento immediato dell'immagine sulla base di elementi noti per accorgersi, solo ad una successiva e più puntuale osservazione, di trovarsi di fronte all'ignoto.
 Quello che a prima vista e da lontano appare un levriero, si scopre, a distanza ravvicinata, essere un essere formato da una testa, grossi seni e due coppie di gambe poste in posizione contraria alla testa e di diversa proporzione la più grande delle quali, opportunamente piegata, fa da corpo e da zampe posteriori al levriero. L'accettazione visiva dell'insieme si basa su sedimenti di memoria e su peculiarità percettive. Un discorso a parte meritano i ritratti in cui alcuni tratti del volto si moltiplicano con effetti talora direttamente derivati dalla sovrapposizione fotografica, tal altra assoggettati a regole caleidoscopiche. Per questi ultimi ritratti si potrebbe forse suggerire una derivazione dal concetto pirandelliano dell'uno, nessuno, centomila. E' certo che la visione di Prizia è inquietante e apocalittica ed in tal senso fortemente ammonitrice. Il tragico sta proprio nella circostanza che essa, pur ispirandosi talvolta ad espressioni ludiche, quale quella del contorsionista circense o quella del fumettistico uomo gomma, elimina ogni componente grottesco-giocosa e si inserisce a pieno titolo nella poetica del Concettuale. Questo uomo "nuovo" sembra creato da un Dio che si è spappolato il cervello con l'extasis. O sarà il nuovo "uomo" a crearsi il suo Dio così proteiforme?


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